Lo scontro sulla tassa alle banche mostra chi colpisce davvero la manovra
La manovra di Roma pesa sulle banche perché sono un bersaglio politico facile. Chiunque paghi, chi investe in banche deve prezzare il rischio politico, non solo gli utili.
Immagine generata con l'IA
Perché le banche finiscono sempre nella legge di bilancio italiana? Perché sono il raro contribuente che pochi politici sentono di dover difendere alle urne. Eppure l'ultimo scontro dimostra che il bersaglio non è così gratuito come sembra.
La legge di bilancio è arrivata alla Camera dei deputati e la discussione sulla tassazione delle banche si è riaperta. Secondo zazoom.it, la Lega vuole ricavare più risorse dal provvedimento, mentre Forza Italia si oppone. L'Associazione bancaria italiana (Abi) e i principali istituti hanno diffuso sabato 31 ottobre una nota in cui definiscono il carico fiscale eccessivo e sproporzionato. Nel pezzo si cita anche la famiglia Berlusconi, ma quella fonte non spiega in che modo.
I numeri non sono piccoli. Come riporta Stabia Channel, la relazione tecnica prevede circa 5,8 miliardi di euro da banche e assicurazioni nel 2027. Gli strumenti sono un'addizionale Ires più alta, modifiche alle regole sulle attività per imposte anticipate e una Tobin tax raddoppiata. Il vicepremier Matteo Salvini non ha escluso di chiedere di più. Nella nostra traduzione delle sue parole, "il Parlamento è sovrano", e lascia intendere che un eventuale extragettito potrebbe andare a famiglie, lavoratori e pensionati.
Il bersaglio è comodo perché il testo è lungo
Basta guardare cos'altro c'è nello stesso testo. La manovra taglia quasi 7.000 posti nella scuola, stringe sulla rivalutazione delle pensioni e riduce la spesa dei ministeri. Abbassa anche l'aliquota Irpef per il ceto medio, ma solo per il 2027. Quando un governo distribuisce benefici visibili e impone tagli visibili, un prelievo sulle banche è il modo più economico per far quadrare il racconto. Pochi elettori si strapperanno i capelli per una banca.
È una nostra lettura, non un fatto contenuto nei documenti. Ma la politica le dà ragione. Dall'estate la proposta è passata da un contributo del 5% sugli utili delle banche maggiori a un insieme più ampio di misure che coinvolge anche le assicurazioni. Il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha detto che ci sarà un contributo di banche e assicurazioni, ma nessuna tassa sugli extraprofitti. L'etichetta cambia, l'obiettivo resta il gettito.
Le banche raramente pagano da sole
L'ipotesi rassicurante è che a pagare siano gli azionisti e che tutti gli altri applaudano. Noi ne dubitiamo. Un'addizionale più alta sugli utili riduce ciò che resta per dividendi e riacquisti di azioni proprie. Gli istituti possono anche reagire con i prezzi, le commissioni o una stretta sul credito. Nessuna delle fonti che abbiamo quantifica quanto arriverebbe ai clienti, quindi consideralo un rischio plausibile, non un esito misurato. Ciò che i documenti mostrano è che il settore stesso giudica il carico sproporzionato, e questo ti dice come farà lobbying.
C'è un secondo costo, più difficile da vedere: l'imprevedibilità. L'idea di Salvini è stata descritta come un contributo triennale in un resoconto. Il Tempo lo cita mentre dice che deve essere "definitivo e strutturale" (di nuovo, traduzione nostra). Intanto l'alleato di coalizione respinge qualsiasi tassa sugli extraprofitti. Un prelievo che continua a cambiare nome e durata non è un'aliquota. È una trattativa, e si può riaprire ogni autunno.
Chi investe deve prezzare la politica, non solo gli utili
Questo non è un consiglio di acquisto o di vendita. È una chiave di lettura. Gli utili delle banche italiane portano con sé uno sconto legato alla politica che, a nostro avviso, andrebbe incorporato in qualsiasi valutazione, perché le regole su chi paga possono cambiare tra la bozza del governo e il voto finale. Il Parlamento ha ancora margini: per il 2027 è stato accantonato un fondo da 120 milioni di euro per gli emendamenti, e la maggioranza è visibilmente divisa tra la Lega, che vuole di più, e Forza Italia, che resiste.
Il nostro verdetto: il vero sconfitto di questo scontro non è una banca in particolare, ma la prevedibilità. Chiunque vinca il voto, chi investe dovrebbe dare per scontato che la prossima manovra possa bussare alla stessa porta, e chiedersi se il rendimento di un titolo valga questa incertezza ricorrente. Il testo finale è ancora da scrivere e, fino ad allora, la previsione più sicura è un po' più di rumore.
Ancora nessun argomento: apri il primo.
Altri articoli
Intesa su Mediobanca: conta l'azionariato, non il titolo di giornale
Dopo la bocciatura del piano Lovaglio da parte dei soci MPS, Intesa si dice pronta a un'OPA obbligatoria su Mediobanca, ma contano prezzo, controllo e la quota di Crédit Agricole in BPM.
Volkswagen, perdita di 5,8 miliardi: servono prove di cash flow prima di parlare di affare
Una perdita da miliardi nel terzo trimestre, oneri di ristrutturazione e il crollo delle consegne in Cina dovrebbero far dubitare della tesi del «titolo a buon mercato con dividendo».
Il rimpasto di Audi in Cina è una ritirata travestita da strategia
Un nuovo responsabile per la Cina e un mercato in caduta libera: i costruttori premium tedeschi ora difendono, non crescono. Meglio scontare margini più sottili che un rimbalzo rapido.
I 12,4 miliardi di Santander sono merito della Polonia; contano gli 11,2
Un balzo del 20% dell'utile sembra una banca a pieno regime, ma lo gonfia una plusvalenza una tantum dalla cessione della Polonia. L'utile ordinario dice di più.



