Economia
Redazione Invesfera
Economia

Il taglio Irpef al ceto medio c'è, ma è troppo piccolo per festeggiare

Portare a 55.000 euro il tetto dell'aliquota Irpef del 33% aiuta una fetta minima di contribuenti, e di poco. Prima di applaudire, confrontalo con inflazione, drenaggio fiscale ed esclusi.

Pubblicato
29 ottobre 2026
Lettura
4 min
Categorie
Economia

Immagine generata con l'IA

Quando un governo presenta qualcosa come il suo taglio delle tasse di punta per il ceto medio, la prima domanda dovrebbe essere: quale ceto medio? Nella manovra 2027 la risposta è molto circoscritta. E la seconda domanda è: di quanto? Ed è qui che l'entusiasmo si raffredda.

Ecco i fatti. Il Consiglio dei ministri ha approvato una manovra da 26 miliardi di euro per il 2027. La misura principale alza il limite dello scaglione Irpef del 33% da 50.000 a 55.000 euro. Come riporta il Corriere della Sera, il piano prometteva in origine 60.000 euro e il costo per lo Stato è stato dimezzato, da 2,7 miliardi a circa 1,3 miliardi l'anno. Il Parlamento ha ora tempo fino al 31 dicembre per approvare la manovra, che dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2027.

Chi è il «ceto medio» se il taglio arriva all'1,3% dei contribuenti?

Il dato chiave arriva dalle stime del Ministero dell'Economia, come riporta Sky TG24: la misura riguarda chi guadagna tra 50.000 e 55.000 euro, circa l'1,3% dei contribuenti, cioè circa 600.000 persone. Nello stesso servizio, il 92,3% di chi presenta la dichiarazione dichiara meno di queste cifre e il 6,4% di più.

Così cambia il significato della parola. Un infermiere, un'insegnante o un impiegato con un reddito ben inferiore a 50.000 euro non ricava nulla da questo spostamento di scaglione. I beneficiari stanno comodamente sopra il contribuente italiano tipico. Non è uno scandalo, perché chi guadagna 52.000 euro non è ricco, e un sistema fiscale deve evitare di penalizzare il passaggio a redditi più alti. Ma chiamarla una misura per «il ceto medio» forza l'etichetta. Noi la definiremmo un taglio per la fascia medio-alta.

L'entità del vantaggio dipende da quale cifra credi

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che un contribuente con 55.000 euro di reddito pagava 16.550 euro di Irpef quando il suo governo si è insediato e ne pagherà 15.350 nel 2027. Sono 1.200 euro di beneficio netto all'anno, circa 100 euro al mese, al netto dell'alleggerimento fiscale sui premi di produttività. Attenzione a cosa sia questo confronto: una cifra cumulata, misurata dall'insediamento del governo, non quanto aggiunge da sola questa manovra.

Il resoconto del Corriere sul nuovo passaggio è molto più contenuto: anche il risparmio dei contribuenti è dimezzato, fino a un massimo di circa 500 euro l'anno. A nostro avviso, questo tetto è il metro giusto per giudicare questa manovra in particolare. È un massimo, non una media, quindi molti dei 600.000 interessati guadagneranno meno.

Non ci avventuriamo in un calcolo sull'inflazione, ma la logica è semplice. Un aumento di qualche centinaio di euro l'anno, al massimo, può essere cancellato facilmente da un modesto rialzo dei prezzi. La FLC CGIL, dal canto suo, sostiene che il potere d'acquisto nella scuola e nella ricerca si è ridotto perché l'inflazione ha corso più dei rinnovi contrattuali. È la tesi di un sindacato, non una misurazione neutrale, ma indica il problema vero: la busta paga netta è una corsa tra tasse e prezzi.

Il drenaggio fiscale è la tassa silenziosa che resta

Il drenaggio fiscale (fiscal drag) è ciò che accade quando gli scaglioni restano fermi mentre i salari crescono per stare al passo con i prezzi. Guadagni di più in termini nominali, superi una soglia e paghi un'aliquota più alta su denaro che non compra più di prima. Spostare una soglia di 5.000 euro è, di fatto, un rimborso parziale di quel drenaggio, non un regalo. Pensiamo sia utile leggere la misura così: come manutenzione, non come spinta.

Le scelte del governo in altri capitoli rafforzano il punto. Sky TG24 osserva che, tra le manovre dal 2023 al 2026, i pensionati hanno contribuito più di tutti attraverso la mancata piena rivalutazione all'inflazione (14 miliardi) e che per il prossimo anno si discute di nuovo un taglio dell'indicizzazione. Uno Stato che risparmia miliardi senza indicizzare del tutto le pensioni lascia, a nostro avviso, che sia l'inflazione a fare parte del suo lavoro fiscale.

Il nostro giudizio

Il taglio è benvenuto. Aliquote più basse nella parte alta del ceto medio sono meglio di aliquote più alte, e il governo ha tenuto in vita la misura quando sembrava spacciata. Per correttezza va detto anche che per molte famiglie altre voci possono contare di più: per esempio la proroga della tassazione ridotta sugli aumenti da rinnovo contrattuale, che secondo il Corriere ha favorito rinnovi per più di 4,25 milioni di lavoratori.

Ma la confezione politica è sproporzionata rispetto alla sostanza. Una misura dimezzata, che raggiunge l'1,3% dei contribuenti e vale al massimo circa 500 euro l'anno, non è una svolta per i bilanci familiari. Fai i tuoi conti: verifica se il tuo reddito rientra nella fascia 50.000-55.000 euro, confronta l'eventuale guadagno con ciò che spendi per affitto, energia e spesa alimentare, e ricorda che il testo può ancora cambiare in Parlamento. Il problema fiscale dell'Italia nel 2027 non si risolve spostando una sola soglia, ed è giusto dirlo prima degli applausi.

Argomenti di discussione

Ancora nessun argomento: apri il primo.

Altri articoli